“È stato presentato a Roma, martedì 7 ottobre scorso, il Rapporto italiani nel mondo 2014 pubblicato dalla della Fondazione Migrantes con il supporto della casa editrice TAU di Todi. Un volume complesso denso di cifre, tabelle, indagini, riflessioni e riferimenti ad eventi speciali racchiusi in cinque sezioni (Flussi e presenze, Prospettiva storica, Indagini riflessioni ed esperienze contemporanee, Speciale Eventi, Allegati socio-statistici e bibliografici). Come ebbe a sostenere lo scomparso Padre Graziano Tassello, profondo conoscitore della diaspora italiana nel mondo e amico dell’UNAIE, “il volume è destinato ad avere una vita lunga perché inesauribili appaiono le vene aurifere della mobilità italiana”. A giudicare dalle cifre sui nuovi flussi migratori dall’Italia verso l’estero Padre Tassello aveva, come sempre, colpito nel segno.

L’UNAIE fa parte, assieme ad altre organizzazioni, del Comitato Promotore del Rapporto. Nell’edizione 2014, Franco Narducci, presidente dell’UNAIE, ha dato un contributo al Rapporto nella sezione Riflessioni,  intitolato “Povertà e indigenza degli italiani all’estero”, corroborato da una serie di dati significativi sull’indigenza odierna che pubblichiamo integralmente (leggi il contributo).

(Trento, 27.09.14)L’Unaie (Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati) lancia un forte appello alle oltre trenta associazioni regionali e provinciali che la compongono, affinché producano un grande impegno per stimolare la partecipazione dei nostri connazionali alle elezioni per il rinnovo dei COMITES, indette per il 19 dicembre prossimo.

L’Unaie e le sue associazioni hanno atteso a lungo e sperato che l’azione del Governo e del Parlamento avesse come finalità una riforma sostanziale dei COMITES; purtroppo abbiamo assistito al solito balletto politico e alle solite polemiche e divisioni tra i parlamentari, in particolare quelli eletti all’estero, sulle date per l’indizione delle elezioni e relative modalità di voto. Le riforme sostanziali sono invece cadute nel dimenticatoio”.

Un giudizio netto quello espresso dall’Unaie che in ogni caso non sminuisce l’appello all’impegno per salvare il salvabile. Appello che le associazioni regionali e provinciali aderenti all’Unaie rilanciano ai loro tantissimi circoli, famiglie e sodalizi operanti tra i connazionali residenti all’estero affinché facciano ogni sforzo possibile per stimolare la partecipazione al voto nonostante i tempi ristretti in cui si deve agire.

Soprattutto occorre produrre un impegno adeguato per favorire la registrazione all’elenco degli elettori da parte dei nostri connazionali: si voterà per corrispondenza ma potranno farlo soltanto gli italiani iscritti all’AIRE, registratisi nel predetto elenco elettorale. “Una prassi di certo migliorativa – sottolinea Franco Narducci, presidente dell’Unaie - rispetto al progetto iniziale del MAE di far votare soltanto in via elettronica. Secondo il Rapporto italiani nel mondo 2013 edito dalla Migrantes - prosegue Narducci - gli italiani iscritti all’AIRE sono 4.341.156; nelle elezioni politiche del 2013 solamente un terzo dei potenziali elettori iscritti all’AIRE ha partecipato al voto, un dato che non fa ben sperare in una partecipazione tale da conferire ai COMITES un’adeguata legittimazione sotto il profilo della rappresentatività democratica. Questa preoccupazione deve spingere tutte le forze dell’associazionismo operante all’estero con strutture e presenze radicate nel territorio, a compiere ogni sforzo per favorire la partecipazione al voto”.

Occorre in particolare – sostiene l’UNAIE – spiegare ai nostri connazionali emigrati che l’elenco degli elettori è cosa diversa dall’iscrizione all’AIRE: molti italiani - avendo fin qui ricevuto varie volte il plico elettorale per corrispondenza - ritengono di essere già iscritti al registro elettorale.

Nonostante i danni enormi prodotti dai continui rinvii delle lezioni, che hanno allungato di cinque anni il mandato dei COMITES compromettendone la credibilità, ed anche dalla errata interpretazione del proprio ruolo istituzionale che in tanti casi ha provocato l’allontanamento di questi organismi dalla comunità italiana, non bisogna dimenticare - sottolinea Narducci - “che essi costituiscono in molti Paesi e in molte situazioni locali un esercizio fondamentale della democrazia e della partecipazione, un valore che bisogna difendere soprattutto guardando ad una situazione di prospettiva che vede lo Stato italiano arretrare su ogni fronte riguardante le comunità all’estero, mentre, di converso, assistiamo ad un flusso crescente di “nuovi italiani” che arrivano, cosa impensabile fino a qualche anno fa”.

Nuovi italiani emigrati che hanno bisogno di punti di riferimento e strutture di sostegno; e i COMITES rappresentano, nonostante il pesante taglio numerico imposto dal Governo, un organismo di interlocuzione con le autorità locali e una rete territoriale che deve e può essere preservata. (UNAIE - Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati)

 

 

 

 

 

 

Luciano Lodi ci ha lasciato per sempre e tutti noi che lo abbiamo conosciuto e stimato per il suo altissimo senso dell’impegno sociale, per la sua generosità e la sua umanità, esprimiamo il nostro profondo cordoglio e la condivisione del dolore che ha colpito la Sua famiglia e la sua amata Associazione Bellunesi nel Mondo.

L’impegno instancabile e straordinario di Luciano ha travalicato i confini della Svizzera, dove era giunto, come tanti giovani della sua generazione, nel lontano 1956. La sua scomparsa rappresenta un grave lutto per coloro che con lui hanno lottato per la dignità e i diritti di cittadinanza degli italiani emigrati in Svizzera durante il difficile percorso d’integrazione nella società elvetica, ma anche per l’intero mondo dell’associazionismo italiano all’estero e in Italia.

Ho conosciuto Luciano quando ricoprì un ruolo di dirigente nazionale nelle Acli in Svizzera e rimasi colpito prima di tutto dalla sua bonarietà e dalla convinzione profonda nelle sue idee, ma anche dalla sua disponibilità al confronto. Luciano credeva profondamente nel ruolo dell’associazionismo e in quella forma di sussidiarietà concreta e praticata che lo avrebbe fatto apprezzare tantissimo, per comprensibili ragioni, soprattutto dagli italiani del lucernese.

Sarebbe lungo elencare tutti i fronti che lo hanno visto in prima linea, in molti casi con responsabilità di vertice; è sufficiente ricordare che Luciano ha vissuto da “protagonista” tutti i momenti storici che hanno contrassegnato la traiettoria dell’emigrazione italiana in Svizzera.

Ci ha lasciato in un momento particolare, ora che stiamo preparando gli Stati Generali dell’Associazionismo italiano all’estero, un appuntamento che di certo avrebbe trovato in Luciano quella condivisione di valori culturali, cristiani, solidali e sociali tipici del nostro associazionismo e che per decenni hanno rappresentato il faro del suo impegno nella società.

Ci mancherà Luciano, mancherà alla Sua famiglia, alla Bellunesi nel Mondo e a tutte le persone che lo hanno conosciuto. Ci lascia in eredità un patrimonio che dobbiamo custodire e trasmettere con orgoglio.

Ciao Luciano.

 

On. Franco Narducci

Presidente dell’UNAIE

Il culmine del pathos è stato raggiunto quando, accompagnate dalla magistrale esposizione dello storico Antonio Pinna, sono scorse sullo schermo le immagini degli abitanti di Asiago, Gallio e Foza in fuga verso la sottostante pianura veneta – in seguito all’offensiva austriaca dal Trentino del maggio 1916 – che si imbattevano nei repartidella Brigata “Sassari” inviati a difendere l’ultimo baluardo montano dell’Altopiano dei “Sette Comuni”, in provincia di Vicenza.

I volti stupiti e pieni di speranza dei vecchi montanari e le grida terrorizzate delle donne di Valstagna “Salvate le nostre creature”, incrociavano gli sguardi cupi e silenziosi dei soldati sardi – che la pubblicistica austriaca aveva definito i “Roten Teufel” (i “Diavoli Rossi”) per il valore espresso in combattimento – ha costituito uno di quei tasselli morali che, più di ogni altro gesto, hanno contribuito a “fare” l’Italia. Si stabiliva, in quel momento, quel legame indissolubile tra le Popolazioni Venete e le Genti di Sardegna, accomunate dallo stesso tragico destino nell’ora del pericolo e nel non meno triste fenomeno della forzata emigrazione registrata alla vigilia del conflitto e nel successivo dopoguerra.

Non a caso, l’evento culturale tenutosi nella Sala Consiliare del Comune di Sant’Antioco il 29 agosto u.s., ha trovato quale ente organizzativo un’Associazione che nel nome “Un Ponte fra Sardegna e Veneto” a tali vincoli storici e di Amicizia si ispira, e dove la preposizione “fra” sta per “Fratellanza” fra due Regioni distanti geograficamente tra loro eppure accomunate dai tragici eventi del Primo Conflitto Mondiale.

L’Associazione, che ha sede a Noale (VE), è composta da soci di entrambe le Regioni e la sua Presidente, Elisa Sodde (che è anche Vicepresidente del CEDISE), è stata la valida coordinatrice della Manifestazione da lei fortemente voluta nella sua cittadina natale, nella quale il Sindaco Mario Corongiu, da degno padrone di casa, ha portato ai presenti il saluto e il plauso della comunità sulcitana.

A completamento dell’interessante esposizione storica, Antonio Quartu, Sindaco di Armungia (CA) Comune capofila del progetto di recupero dei siti storici legati alla presenza delle Unità sarde sull’Altopiano dei “Sette Comuni”, ha consegnato le pergamene contenenti l’Atto di Donazione del cimitero di guerra di Casara Zebio, da parte del Comune di Asiago, ai Sindaci dei Comuni del Sulcis-Iglesiente dai quali provenivano una parte dei 218 soldati sardi della Brigata “Sassari” caduti nella Grande Guerra e che dormono il sonno eterno nel grembo delle montagne vicentine.

Le guerre sono fenomeni esecrabili, vanno evitate per quanto possibile ed è giusta l’affermazione che qualsiasi pace precaria valga più di una guerra. Questo sentimento correva nel cuore e sulle labbra di tutti i presenti alla manifestazione ed è stato espresso con particolare forza dai rappresentanti delle comunità facenti parte del Comitato dei 131 Comuni sardi che hanno aderito al progetto di recupero di queste aree sacre alla memoria, coordinati da Antonio Quartu, primo cittadino del Comune di Armungia, il piccolo centro del Gerrei che ha dato i natali al Capitano Emilio Lussu, Ufficiale e memorialista di “Un anno sull’Altipiano” (leader del Partito Sardo d’Azione, fondato dai reduci sardi della Grande Guerra e, in seguito, fondatore, con i fratelli Rosselli, del Partito antifascista “Giustizia e Libertà”) che ai luoghi interessati al progetto di recupero si ispira.

Accanto al coordinatore del Comitato dei Comuni sardi aderenti all’iniziativa e a Barbara Pusceddu, Sindaco di Sinnai, la cittadina che ha dato i natali al 151° Reggimento della Brigata “Sassari” (che, unitamente al gemello 152° Reggimento, fu il reparto italiano più decorato della Prima Guerra Mondiale), le autorità alternatesi negli interventi hanno auspicato la necessità di trarre insegnamento dall’inutile strage, come Papa Benedetto XV definì, al tempo, la Grande Guerra. Pertanto, non poteva mancare il riferimento preoccupato alle attuali crisi nei Balcani, in Ucraina e nel Medio Oriente che, come sapientemente illustrato dal relatore Antonio Pinna, proprio nei nuovi precari equilibri scaturiti da quella guerra trovano le loro origini.

Ma poiché le guerre segnano le tappe della storia dell’Umanità, sono fenomeni che vanno analizzati, studiati ed approfonditi, ricercando negli spunti che la Storia, Magistra Vitae, ci indica, gli utili ammaestramenti sui quali indirizzare le scelte future, evitando il ripetersi degli errori del passato.

Quest’anno sono partite, nel modo più solenne, le celebrazioni della Grande Guerra. La Terra Sarda che, in proporzione agli abitanti, ha dato il maggior numero di Caduti (13,8% contro 10,4 %) tra tutte le Regioni italiane (dimostrando indirettamente che l’Entità attorno alla quale si è compiuta l’unificazione del Paese – il Regno di Sardegna – non era solo un’etichetta), ha dato inizio, con questo evento, ad un programma di rievocazioni storico-culturali di quell’importante periodo della Storia d’Italia, che avrà il suo seguito proprio nelle terre del Triveneto che furono il drammatico scenario della Grande Guerra conclusiva del Risorgimento Italiano.

Anche l’UNAIE, che ha deliberato di svolgere un ruolo attivo nelle celebrazioni di un evento che ha visto una significativa partecipazione di emigrati italiani, era presente all’iniziativa con il Vice Presidente Vicario Aldo Aledda.

Infatti, per gli Italiani nel mondo – conseguenza di una diaspora che non aveva solo origine nella povertà delle masse che, agli albori del secolo scorso, abbandonarono l’Italia, ma anche nel carattere borghese ed elitario in cui si era realizzata l’unificazione del Paese – riconoscersi nella nuova Patria era stato un serio problema.

In senso contrario, agivano non solo le forze d’ispirazione repubblicana mazziniana, molto attive tra gli italiani all’estero, che non avevano gradito la soluzione istituzionale prescelta di tipo monarchico, ma anche quelle dell’internazionalismo operaio che facevano leva sulla forza lavoro che caratterizzava l’emigrazione italiana, per un superamento degli stati nazionali dalla connotazione strettamente borghese in vista della rivoluzione proletaria.

Su queste forze centrifughe rispetto all’idea di nazione agì, almeno fintanto che non fu ritirato il non expedit papale, anche l’ostilità della Chiesa, che non aveva ancora metabolizzato la perdita delle regioni che un tempo costituivano lo Stato Pontificio e perciò vietava ai Cattolici di partecipare alla vita pubblica della nuova Italia. Ruolo significativo perché aveva accompagnato, particolarmente con le istituzioni fondate dai monsignori Scalabrini e Bonomelli, l’avventura degli Italiani all’estero.

Ebbene, proprio la Prima Guerra Mondiale (bisogna riconoscere, anche grazie al montante nazionalismo che la precedette) contribuì a risolvere in parte questi problemi, imprimendo un moto centripeto verso il paese di origine al movimento dell’emigrazione italiana nel mondo, che sembrava dirigersi in direzioni opposte. A partire dalla forte scossa morale che diedero gli avvenimenti della Grande Guerra, infatti, le collettività italiane all’estero, pur non perdendo quel carattere originario regionale e addirittura “paesano”, incominciarono a conciliare questo aspetto con quello di Patria (Terra dei Padri) e di Nazione.

In particolare, per quanto attiene alla componente sarda, il richiamo della Patria all’osservanza nell’ora del pericolo delle sacre leggi del dovere, trovò consenso nelle forme comportamentali dei nostri nonni, regolate dai codici millenari delle leggi non scritte, improntate a sentimenti di Onore, di Rispetto della parola data e Senso di appartenenza a quella Patria che niente aveva fatto se non concedere il visto di espatrio verso altri sbocchi lavorativi e condizioni di vita meno miserevoli, che il neo-nato Stato Italiano non era in grado di assicurare.

E di questo grande senso di Lealtà e di Onore verso la Madre Patria, che con il ripetersi dei grandi flussi migratori del dopoguerra si rivelerà ancora una volta ingrata matrigna, è pieno il cimitero di guerra di quota 1.600 di Casara Zebio, tra le montagne venete bagnate del sangue della nostra migliore gioventù.

Un sacrificio che, quasi un secolo fa, sanciva il forte legame tra i giovani di Sardegna e le popolazioni Venete, reso sacro da vincoli di Amicizia e di Fratellanza che il “Ponte” fra le due Regioni, creato dall’Associazione Culturale di Elisa Sodde, tende a rinsaldare.

(CEDISE)

 

 Care amiche e cari amici italiani, 

ogni anno rinnoviamo con tutti voi la commozione e il dolore per quanto accadde l’estate del 1956 a Marcinelle, la più grande tragedia in una miniera europea, con 262 vittime. Tra loro, 136 italiani e proprio per coltivare nel tempo la memoria di quel dramma l’8 agosto è stato proclamato “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”.

Ricordiamo oggi non solo i connazionali, tra cui molti giovani fuggiti dalla povertà e alla ricerca di una vita migliore, che 58 anni fa al Bois du Cazier persero la vita, ma tutti gli italiani che con il loro impegno e il loro sacrificio hanno diffuso nel mondo l’immagine migliore del nostro paese.

La nostra Costituzione riconosce, sin dal suo primo articolo, il Lavoro come principio cardine della Repubblica Italiana, fondamento della dignità di ogni persona.

La tragedia di Marcinelle ci richiama all’impegno comune per garantire a tutti migliori opportunità di lavoro e garanzie di sicurezza. Questo principio diventa oggi ancora più stringente e ci chiama a trovare soluzioni adeguate di fronte a una crisi che spinge di nuovo molti Italiani a cercare all’estero un presente e un futuro migliore.

Il ricordo di Marcinelle deve però indurci a riflettere anche su quanti partono oggi per l’Europa da Paesi lontani. Per molti di loro il sogno di una nuova vita dignitosa e in pace finisce già lungo il viaggio nel Mediterraneo. Anche per quei giovani, quei bambini talvolta,  l’Italia è oggi impegnata a mettere a punto, insieme al resto dell'Europa, risposte efficaci.

L’emigrazione resta una pagina fondamentale della nostra storia. Gli Italiani all'estero sono, oggi come ieri, una risorsa preziosa tanto per l’Italia quanto per i Paesi in cui vivono.

Ricordando oggi il sacrificio di tanti italiani nel mondo, è anche questo che celebriamo: il grande patrimonio di cultura, crescita economica e, permettetemi di dirlo, anche di valori che abbiamo portato nel mondo. 

E’ con questo orgoglio che rivolgo a tutti voi, cari amici italiani, il mio ringraziamento e i miei più affettuosi saluti.

 

Federica Mogherini

(20 agosto 2014) – “Siamo fraternamente e umanamente vicini ai familiari di Don Valentino, agli amici della Polesani nel Mondo e alla Migrantes in questo momento di dolore per la scomparsa di un grande amico, di una figura che per anni ha rappresentato un punto di riferimento costante per i polesani emigrati all’estero ma anche per l’intero mondo dell’associazionismo italiano che affonda le radici nei territori”. Inizia con queste parole di cordoglio e di riconoscenza il messaggio che Franco Narducci, a nome di tutte le associazioni aderenti all’UNAIE, ha indirizzato ai dirigenti della Polesani nel Mondo e ai Polesani emigrati ovunque.

Don Valentino, prosegue Narducci, ebbe la felice intuizione di far nascere a Porto Viro, in provincia di Rovigo, la “Casa dei Polesani e dei Veneti nel Mondo”, affinché gli emigrati polesani e di origine veneta potessero riscoprire le proprie origini e la propria identità culturale. Un progetto che affondava le radici in una delle più drammatiche tragedie del Dopoguerra, lo straripamento del Po e la conseguente alluvione che il 14 novembre 1951 colpì duramente il Polesine e una vasta area della Provincia di Rovigo. Fu un colpo durissimo per l’Italia ancora alle prese con le macerie della seconda guerra mondiale. In tanti emigrarono abbandonando quelle terre fertili e molti polesani giunsero anche in Svizzera: se nel 1951 la popolazione del Polesine era di quasi 358 mila abitanti, nel 1961 si era ridotta a meno di 278 mila.

Don Valentino si rivolgeva ai “suoi emigrati” all’estero ma anche ai tanti polesani che avevano trovato rifugio e lavoro in Lombardia, in Piemonte e Liguria. E proprio con la nascita della Polesani nel Mondo, il 6 maggio 1970, iniziò un cammino, non certo facile, di ricostruzione di quel tessuto connettivo fondato sui valori umani e culturali che l’esodo dal Polesine e l’abbandono degli affetti avevano fortemente incrinato, facendo largo a quel sentimento di odio-amore che alberga in chi si sente abbandonato e tradito.

“Don Valentino, assieme ai suoi collaboratori, – sottolinea Narducci – è stato l’interprete dei sentimenti dei polesani colpiti da quella immane tragedia. Aveva intuito che soltanto l’associazionismo e lo stare insieme solidarmente potevano aiutare a ricostruire quell’ordine di valori – umani e culturali prima di tutto – che l’emigrazione forzata aveva stravolto. Ci mancherà Don Valentino, mancherà ai suoi familiari, alla Polesani nel Mondo e all’UNAIE, ma la sua testimonianza ci aiuterà a guardare alle sfide del futuro con maggiore convinzione. Grazie Don Valentino”.

 

 

Gli spostamenti di persone da un paese a un altro,da quando l’uomo è diventato stanziale, non sono mai stati visti di buon occhio né dalle popolazioni né dalle istituzioni. Infatti, è ancora oggi diffusa la convinzione che le virtù prevalenti risiedano nell’attaccamento alla propria terra (primario fattore di produzione) o nei valori che a essa appaiono più collegati: la famiglia, la parentela, il vicinato, intese come sedi di soluzione dei problemi materiali e affettivi. Così pure le idee di comunità e dei valori civicisi fondanotuttora prevalentementesull’identificazione dell’uomo col suo territorio. Nondimeno le grandi religioni implementano il loro messaggio quando lo rivolgono a“comunità”basate su realtà territoriali.L’ebreo errante, come l’olandese volante, nell’immaginario collettivo sono espressioni di chi non trova pace perché è lontano dalla propria terra, perché è un perseguitato o un deviante. Ma anche alcune delle più recenti proposte di superamento dell’attuale crisi –che ambiscono a porsi in alternativa ai discorsi macroeconomicitradizionali di ripresa dei consumi e della crescita economica e finanziaria, proponendo forme aggiornate di baratto e di produzione/consumo – sembrano fondarsi sul rapporto col proprio territorio, spesso in antitesi con i processi di globalizzazione.

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