Comunicato stampa

(6 febbraio 2017)

L’assemblea elettiva dell’UNAIE (Unione nazionale associazioni immigrati ed emigrati), convocata a Mestre-Venezia sabato 4 febbraio, ha rinnovato le cariche statutarie per il mandato che andrà a scadenza nel mese di febbraio 2020. Alla presidenza della storica unione delle associazioni regionali e provinciali - che nel 2016 ha festeggiato il suo 50mo compleanno – è stata eletta Ilaria del Bianco, presidente in pari tempo della benemerita Associazione Lucchesi nel Mondo, che all’epoca era nel gruppo delle associazioni fondatrici dell’UNAIE.

Per la prima volta la presidenza dell’UNAIE è stata affidata a una donna, ma anche nel neoeletto Consiglio Direttivo, completamente rinnovato, che affiancherà la presidente vi è un’equilibrata rappresentanza di genere.

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Comunicato stampa

(Roma - 30 gennaio 2017)

Due intense giornate di lavoro hanno caratterizzato le riunioni del Comitato di Coordinamento e del Consiglio Direttivo del FAIM (Forum delle associazioni italiane nel mondo) convocati a Roma il 26 e il 27 gennaio scorsi. Vi era molto attesa per l’incontro con il Coordinamento delle Regioni, considerando l’importanza che gli Enti locali rivestono – soprattutto in questa fase – nel rapporto con le comunità italiane all’estero, un rapporto che molto spesso coinvolge e cointeressa l’associazionismo in emigrazione.

La riduzione delle risorse economiche da una parte e la ridotta sensibilità che si registra a livello nazionale rispetto agli italiani all’estero, dovrebbero sensibilizzare tutti gli attori in campo a intensificare azioni progettuali comuni, superando approcci riduttivi, e a indirizzare gli sforzi alla costruzione di reti comuni, in primo luogo tra le diverse realtà regionali. Sono tante, infatti, le questioni annose che attendono risposta e numerose sono quelle nuove che si sono aggiunte, in particolare sul versante della nuova emigrazione e delle nuove mobilità professionali.

 

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Dal Senato un importante emendamento sulla riforma della legge elettorale che consente agli studenti Erasmus ed ai cittadini italiani temporaneamente all’estero per motivi di lavoro, studio, cure mediche o altre ragioni, di esercitare il diritto di voto in loco per corrispondenza nella Circoscrizione estero. L’emendamento diventerà legge con l’approvazione alla Camera.

Si tratta di un allargamento del sistema democratico del nostro Paese alla partecipazione al voto che colma un vuoto di cui si sentiva tanto il bisogno.

Destinatari del voto sono i candidati della Circoscrizione estero.

Il diritto al voto è valido per un’unica consultazione elettorale, per un periodo di almeno tre mesi nel quale ricade la data di svolgimento della medesima consultazione elettorale, in un Paese estero in cui non sono anagraficamente residenti. La stessa modalità è valida altresì per i loro familiari conviventi.

Per potere esercitare il voto per corrispondenza viene richiesto agli aventi diritto di inoltrare richiesta al Comune di iscrizione elettorale entro i dieci giorni successivi alla data di pubblicazione del decreto di convocazione dei comizi elettorali. La richiesta deve recare l’indirizzo postale al quale inviare il plico elettorale, indicazione che viene comunicata dal comune al Ministero dell’Interno e da questo al Ministero degli Affari Esteri per l’inserimento di dati e nominativo negli elenchi speciali finalizzati a garantire il voto per corrispondenza nella Circoscrizione estero.

Il diritto al voto è valido anche per le forze armate o le forze di polizia temporaneamente all’estero per missioni internazionali, ma le modalità tecnico-organizzative di formazione dei plichi, del recapito agli elettori e della raccolta dei plichi stessi, sono a cura del Ministero della Difesa, in considerazione della particolari condizioni locali e di intesa con i Maeci e il Ministero dell’Interno.

Con esclusione dei militari all’estero, non è ammesso il voto per corrispondenza negli Stati con cui l’Italia non intrattiene relazioni diplomatiche e negli Stati nei quali la situazione politica o sociale non garantisce neanche temporaneamente che l’esercizio del voto per corrispondenza si svolga in condizioni di eguaglianza, di libertà e di segretezza.

“È stato presentato a Roma, martedì 7 ottobre scorso, il Rapporto italiani nel mondo 2014 pubblicato dalla della Fondazione Migrantes con il supporto della casa editrice TAU di Todi. Un volume complesso denso di cifre, tabelle, indagini, riflessioni e riferimenti ad eventi speciali racchiusi in cinque sezioni (Flussi e presenze, Prospettiva storica, Indagini riflessioni ed esperienze contemporanee, Speciale Eventi, Allegati socio-statistici e bibliografici). Come ebbe a sostenere lo scomparso Padre Graziano Tassello, profondo conoscitore della diaspora italiana nel mondo e amico dell’UNAIE, “il volume è destinato ad avere una vita lunga perché inesauribili appaiono le vene aurifere della mobilità italiana”. A giudicare dalle cifre sui nuovi flussi migratori dall’Italia verso l’estero Padre Tassello aveva, come sempre, colpito nel segno.

L’UNAIE fa parte, assieme ad altre organizzazioni, del Comitato Promotore del Rapporto. Nell’edizione 2014, Franco Narducci, presidente dell’UNAIE, ha dato un contributo al Rapporto nella sezione Riflessioni,  intitolato “Povertà e indigenza degli italiani all’estero”, corroborato da una serie di dati significativi sull’indigenza odierna che pubblichiamo integralmente (leggi il contributo).

(Trento, 27.09.14)L’Unaie (Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati) lancia un forte appello alle oltre trenta associazioni regionali e provinciali che la compongono, affinché producano un grande impegno per stimolare la partecipazione dei nostri connazionali alle elezioni per il rinnovo dei COMITES, indette per il 19 dicembre prossimo.

L’Unaie e le sue associazioni hanno atteso a lungo e sperato che l’azione del Governo e del Parlamento avesse come finalità una riforma sostanziale dei COMITES; purtroppo abbiamo assistito al solito balletto politico e alle solite polemiche e divisioni tra i parlamentari, in particolare quelli eletti all’estero, sulle date per l’indizione delle elezioni e relative modalità di voto. Le riforme sostanziali sono invece cadute nel dimenticatoio”.

Un giudizio netto quello espresso dall’Unaie che in ogni caso non sminuisce l’appello all’impegno per salvare il salvabile. Appello che le associazioni regionali e provinciali aderenti all’Unaie rilanciano ai loro tantissimi circoli, famiglie e sodalizi operanti tra i connazionali residenti all’estero affinché facciano ogni sforzo possibile per stimolare la partecipazione al voto nonostante i tempi ristretti in cui si deve agire.

Soprattutto occorre produrre un impegno adeguato per favorire la registrazione all’elenco degli elettori da parte dei nostri connazionali: si voterà per corrispondenza ma potranno farlo soltanto gli italiani iscritti all’AIRE, registratisi nel predetto elenco elettorale. “Una prassi di certo migliorativa – sottolinea Franco Narducci, presidente dell’Unaie - rispetto al progetto iniziale del MAE di far votare soltanto in via elettronica. Secondo il Rapporto italiani nel mondo 2013 edito dalla Migrantes - prosegue Narducci - gli italiani iscritti all’AIRE sono 4.341.156; nelle elezioni politiche del 2013 solamente un terzo dei potenziali elettori iscritti all’AIRE ha partecipato al voto, un dato che non fa ben sperare in una partecipazione tale da conferire ai COMITES un’adeguata legittimazione sotto il profilo della rappresentatività democratica. Questa preoccupazione deve spingere tutte le forze dell’associazionismo operante all’estero con strutture e presenze radicate nel territorio, a compiere ogni sforzo per favorire la partecipazione al voto”.

Occorre in particolare – sostiene l’UNAIE – spiegare ai nostri connazionali emigrati che l’elenco degli elettori è cosa diversa dall’iscrizione all’AIRE: molti italiani - avendo fin qui ricevuto varie volte il plico elettorale per corrispondenza - ritengono di essere già iscritti al registro elettorale.

Nonostante i danni enormi prodotti dai continui rinvii delle lezioni, che hanno allungato di cinque anni il mandato dei COMITES compromettendone la credibilità, ed anche dalla errata interpretazione del proprio ruolo istituzionale che in tanti casi ha provocato l’allontanamento di questi organismi dalla comunità italiana, non bisogna dimenticare - sottolinea Narducci - “che essi costituiscono in molti Paesi e in molte situazioni locali un esercizio fondamentale della democrazia e della partecipazione, un valore che bisogna difendere soprattutto guardando ad una situazione di prospettiva che vede lo Stato italiano arretrare su ogni fronte riguardante le comunità all’estero, mentre, di converso, assistiamo ad un flusso crescente di “nuovi italiani” che arrivano, cosa impensabile fino a qualche anno fa”.

Nuovi italiani emigrati che hanno bisogno di punti di riferimento e strutture di sostegno; e i COMITES rappresentano, nonostante il pesante taglio numerico imposto dal Governo, un organismo di interlocuzione con le autorità locali e una rete territoriale che deve e può essere preservata. (UNAIE - Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati)

 

 

 

 

 

 

Ne sono convinti i conservatori americani che guardano con preoccupazione la pressione nei confini meridionali degli States per l’avanzamento del ceppo ispanico e spingono per un giro di vite. Anche perché il rimpatrio degli immigrati illegali, calcolati dal Pew Research Centre in 11 milioni e 300 mila, negli ultimi anni si è rivelato inutile. Infatti, mentre dieci anni fa il tipico migrante illegale riusciva a stare negli Stati Uniti otto anni, oggi la permanenza raggiunge i 13 anni. L’esitazione dell’amministrazione Obama si fonda comunque su altre valutazioni. Uno studio realizzato da Raul Hinojosa-Ojeda della UCLA, stima che l’espulsione degli immigrati illegali inciderebbe sul prodotto interno lordo americano del 1,5% e, per il solo stato della California, comporterebbe la perdita di 3 milioni e 600 mila posti di lavoro (Fonte: The Economist, September 13th 2014, p. 48).

Luciano Lodi ci ha lasciato per sempre e tutti noi che lo abbiamo conosciuto e stimato per il suo altissimo senso dell’impegno sociale, per la sua generosità e la sua umanità, esprimiamo il nostro profondo cordoglio e la condivisione del dolore che ha colpito la Sua famiglia e la sua amata Associazione Bellunesi nel Mondo.

L’impegno instancabile e straordinario di Luciano ha travalicato i confini della Svizzera, dove era giunto, come tanti giovani della sua generazione, nel lontano 1956. La sua scomparsa rappresenta un grave lutto per coloro che con lui hanno lottato per la dignità e i diritti di cittadinanza degli italiani emigrati in Svizzera durante il difficile percorso d’integrazione nella società elvetica, ma anche per l’intero mondo dell’associazionismo italiano all’estero e in Italia.

Ho conosciuto Luciano quando ricoprì un ruolo di dirigente nazionale nelle Acli in Svizzera e rimasi colpito prima di tutto dalla sua bonarietà e dalla convinzione profonda nelle sue idee, ma anche dalla sua disponibilità al confronto. Luciano credeva profondamente nel ruolo dell’associazionismo e in quella forma di sussidiarietà concreta e praticata che lo avrebbe fatto apprezzare tantissimo, per comprensibili ragioni, soprattutto dagli italiani del lucernese.

Sarebbe lungo elencare tutti i fronti che lo hanno visto in prima linea, in molti casi con responsabilità di vertice; è sufficiente ricordare che Luciano ha vissuto da “protagonista” tutti i momenti storici che hanno contrassegnato la traiettoria dell’emigrazione italiana in Svizzera.

Ci ha lasciato in un momento particolare, ora che stiamo preparando gli Stati Generali dell’Associazionismo italiano all’estero, un appuntamento che di certo avrebbe trovato in Luciano quella condivisione di valori culturali, cristiani, solidali e sociali tipici del nostro associazionismo e che per decenni hanno rappresentato il faro del suo impegno nella società.

Ci mancherà Luciano, mancherà alla Sua famiglia, alla Bellunesi nel Mondo e a tutte le persone che lo hanno conosciuto. Ci lascia in eredità un patrimonio che dobbiamo custodire e trasmettere con orgoglio.

Ciao Luciano.

 

On. Franco Narducci

Presidente dell’UNAIE

Il culmine del pathos è stato raggiunto quando, accompagnate dalla magistrale esposizione dello storico Antonio Pinna, sono scorse sullo schermo le immagini degli abitanti di Asiago, Gallio e Foza in fuga verso la sottostante pianura veneta – in seguito all’offensiva austriaca dal Trentino del maggio 1916 – che si imbattevano nei repartidella Brigata “Sassari” inviati a difendere l’ultimo baluardo montano dell’Altopiano dei “Sette Comuni”, in provincia di Vicenza.

I volti stupiti e pieni di speranza dei vecchi montanari e le grida terrorizzate delle donne di Valstagna “Salvate le nostre creature”, incrociavano gli sguardi cupi e silenziosi dei soldati sardi – che la pubblicistica austriaca aveva definito i “Roten Teufel” (i “Diavoli Rossi”) per il valore espresso in combattimento – ha costituito uno di quei tasselli morali che, più di ogni altro gesto, hanno contribuito a “fare” l’Italia. Si stabiliva, in quel momento, quel legame indissolubile tra le Popolazioni Venete e le Genti di Sardegna, accomunate dallo stesso tragico destino nell’ora del pericolo e nel non meno triste fenomeno della forzata emigrazione registrata alla vigilia del conflitto e nel successivo dopoguerra.

Non a caso, l’evento culturale tenutosi nella Sala Consiliare del Comune di Sant’Antioco il 29 agosto u.s., ha trovato quale ente organizzativo un’Associazione che nel nome “Un Ponte fra Sardegna e Veneto” a tali vincoli storici e di Amicizia si ispira, e dove la preposizione “fra” sta per “Fratellanza” fra due Regioni distanti geograficamente tra loro eppure accomunate dai tragici eventi del Primo Conflitto Mondiale.

L’Associazione, che ha sede a Noale (VE), è composta da soci di entrambe le Regioni e la sua Presidente, Elisa Sodde (che è anche Vicepresidente del CEDISE), è stata la valida coordinatrice della Manifestazione da lei fortemente voluta nella sua cittadina natale, nella quale il Sindaco Mario Corongiu, da degno padrone di casa, ha portato ai presenti il saluto e il plauso della comunità sulcitana.

A completamento dell’interessante esposizione storica, Antonio Quartu, Sindaco di Armungia (CA) Comune capofila del progetto di recupero dei siti storici legati alla presenza delle Unità sarde sull’Altopiano dei “Sette Comuni”, ha consegnato le pergamene contenenti l’Atto di Donazione del cimitero di guerra di Casara Zebio, da parte del Comune di Asiago, ai Sindaci dei Comuni del Sulcis-Iglesiente dai quali provenivano una parte dei 218 soldati sardi della Brigata “Sassari” caduti nella Grande Guerra e che dormono il sonno eterno nel grembo delle montagne vicentine.

Le guerre sono fenomeni esecrabili, vanno evitate per quanto possibile ed è giusta l’affermazione che qualsiasi pace precaria valga più di una guerra. Questo sentimento correva nel cuore e sulle labbra di tutti i presenti alla manifestazione ed è stato espresso con particolare forza dai rappresentanti delle comunità facenti parte del Comitato dei 131 Comuni sardi che hanno aderito al progetto di recupero di queste aree sacre alla memoria, coordinati da Antonio Quartu, primo cittadino del Comune di Armungia, il piccolo centro del Gerrei che ha dato i natali al Capitano Emilio Lussu, Ufficiale e memorialista di “Un anno sull’Altipiano” (leader del Partito Sardo d’Azione, fondato dai reduci sardi della Grande Guerra e, in seguito, fondatore, con i fratelli Rosselli, del Partito antifascista “Giustizia e Libertà”) che ai luoghi interessati al progetto di recupero si ispira.

Accanto al coordinatore del Comitato dei Comuni sardi aderenti all’iniziativa e a Barbara Pusceddu, Sindaco di Sinnai, la cittadina che ha dato i natali al 151° Reggimento della Brigata “Sassari” (che, unitamente al gemello 152° Reggimento, fu il reparto italiano più decorato della Prima Guerra Mondiale), le autorità alternatesi negli interventi hanno auspicato la necessità di trarre insegnamento dall’inutile strage, come Papa Benedetto XV definì, al tempo, la Grande Guerra. Pertanto, non poteva mancare il riferimento preoccupato alle attuali crisi nei Balcani, in Ucraina e nel Medio Oriente che, come sapientemente illustrato dal relatore Antonio Pinna, proprio nei nuovi precari equilibri scaturiti da quella guerra trovano le loro origini.

Ma poiché le guerre segnano le tappe della storia dell’Umanità, sono fenomeni che vanno analizzati, studiati ed approfonditi, ricercando negli spunti che la Storia, Magistra Vitae, ci indica, gli utili ammaestramenti sui quali indirizzare le scelte future, evitando il ripetersi degli errori del passato.

Quest’anno sono partite, nel modo più solenne, le celebrazioni della Grande Guerra. La Terra Sarda che, in proporzione agli abitanti, ha dato il maggior numero di Caduti (13,8% contro 10,4 %) tra tutte le Regioni italiane (dimostrando indirettamente che l’Entità attorno alla quale si è compiuta l’unificazione del Paese – il Regno di Sardegna – non era solo un’etichetta), ha dato inizio, con questo evento, ad un programma di rievocazioni storico-culturali di quell’importante periodo della Storia d’Italia, che avrà il suo seguito proprio nelle terre del Triveneto che furono il drammatico scenario della Grande Guerra conclusiva del Risorgimento Italiano.

Anche l’UNAIE, che ha deliberato di svolgere un ruolo attivo nelle celebrazioni di un evento che ha visto una significativa partecipazione di emigrati italiani, era presente all’iniziativa con il Vice Presidente Vicario Aldo Aledda.

Infatti, per gli Italiani nel mondo – conseguenza di una diaspora che non aveva solo origine nella povertà delle masse che, agli albori del secolo scorso, abbandonarono l’Italia, ma anche nel carattere borghese ed elitario in cui si era realizzata l’unificazione del Paese – riconoscersi nella nuova Patria era stato un serio problema.

In senso contrario, agivano non solo le forze d’ispirazione repubblicana mazziniana, molto attive tra gli italiani all’estero, che non avevano gradito la soluzione istituzionale prescelta di tipo monarchico, ma anche quelle dell’internazionalismo operaio che facevano leva sulla forza lavoro che caratterizzava l’emigrazione italiana, per un superamento degli stati nazionali dalla connotazione strettamente borghese in vista della rivoluzione proletaria.

Su queste forze centrifughe rispetto all’idea di nazione agì, almeno fintanto che non fu ritirato il non expedit papale, anche l’ostilità della Chiesa, che non aveva ancora metabolizzato la perdita delle regioni che un tempo costituivano lo Stato Pontificio e perciò vietava ai Cattolici di partecipare alla vita pubblica della nuova Italia. Ruolo significativo perché aveva accompagnato, particolarmente con le istituzioni fondate dai monsignori Scalabrini e Bonomelli, l’avventura degli Italiani all’estero.

Ebbene, proprio la Prima Guerra Mondiale (bisogna riconoscere, anche grazie al montante nazionalismo che la precedette) contribuì a risolvere in parte questi problemi, imprimendo un moto centripeto verso il paese di origine al movimento dell’emigrazione italiana nel mondo, che sembrava dirigersi in direzioni opposte. A partire dalla forte scossa morale che diedero gli avvenimenti della Grande Guerra, infatti, le collettività italiane all’estero, pur non perdendo quel carattere originario regionale e addirittura “paesano”, incominciarono a conciliare questo aspetto con quello di Patria (Terra dei Padri) e di Nazione.

In particolare, per quanto attiene alla componente sarda, il richiamo della Patria all’osservanza nell’ora del pericolo delle sacre leggi del dovere, trovò consenso nelle forme comportamentali dei nostri nonni, regolate dai codici millenari delle leggi non scritte, improntate a sentimenti di Onore, di Rispetto della parola data e Senso di appartenenza a quella Patria che niente aveva fatto se non concedere il visto di espatrio verso altri sbocchi lavorativi e condizioni di vita meno miserevoli, che il neo-nato Stato Italiano non era in grado di assicurare.

E di questo grande senso di Lealtà e di Onore verso la Madre Patria, che con il ripetersi dei grandi flussi migratori del dopoguerra si rivelerà ancora una volta ingrata matrigna, è pieno il cimitero di guerra di quota 1.600 di Casara Zebio, tra le montagne venete bagnate del sangue della nostra migliore gioventù.

Un sacrificio che, quasi un secolo fa, sanciva il forte legame tra i giovani di Sardegna e le popolazioni Venete, reso sacro da vincoli di Amicizia e di Fratellanza che il “Ponte” fra le due Regioni, creato dall’Associazione Culturale di Elisa Sodde, tende a rinsaldare.

(CEDISE)

 

A. LA COLONIZZAZIONE CINESE DELL’AFRICA

 

Tre anni fa, al culmine dell’operazione internazionale volta a deporre il Colonello Gheddafi dalla Libia, il mondo fu in qualche modo stupito perché, accanto alle navi da guerra occidentali, al largo del porto di Tripoli, comparve un vascello cinese recatosi solo per ritirare alcune centinaia di connazionali che lavoravano nel paese del dittatore libico. Gran parte dell’opinione pubblica internazionale è convinta che l’Africa sia un continente che alimenti più che altro i flussi migratori, un timore accresciuto dal fatto che, secondo le previsioni dei demografi, nel giro di qualche decennio essa raddoppierà la popolazione e alla fine del secolo si stima che la pelle di metà degli abitanti del pianeta sarà totalmente di color nero. Ciò impedisce di vedere che anche il continente africano in realtà è anch’esso meta d’immigrazione. Ciò è in qualche modo smentito da un libro appena uscito del corrispondente capo dei servizio africani del “New York Times”, Howard French (China’s Second Continent: How Migrants Are Buoilding a New Empire in Africa) che dimostra come in questa parte del mondo s’indirizzi una fetta consistente dell’emigrazione cinese, quantificata al momento in diversi milioni, configurando un fenomeno che, per certi analisti, presenta aspetti di colonizzazione vecchio stile europeo, accanto a quelli d’investimento economico e di sfogo del sovrappopolamento in patria. La Cina, che si accinge a diventare la prima potenza economica nel mondo, tra il 2001 e il 2010, avrebbe concesso all’Africa prestiti per circa 68 miliardi di dollari (dodici e mezzo in più di quelli erogati dalla Banca Mondiale). Alla base di questa politica qualcuno ha scorto un disegno di colonizzazione di stile europeo del continente africano in previsione anche del fatto che, a fronte del previsto raddoppio della popolazione vi sarà la necessità di aumentare in proporzione il cibo, l’abbigliamento, i servizi, ecc.. La volontà politica cinese di espandersi nel Continente nero sarebbe dimostrata, in particolare, dal fatto che il parlamento di quel paese, nel 2011, avrebbe approvato un provvedimento che mirava a spostare col tempo nel continente africano almeno cento milioni di abitanti. Tuttavia, secondo Howard French, questi intendimenti politici, peraltro ancora tutti da verificare, nulla tolgono alla natura dei nuovi flussi migratori cinesi che sembrerebbero avvenire più all’insegna della ricerca di un maggiore business da parte dei singoli migranti che del desiderio di impiantare in quel continente valori tipici della propria terra (aspetto quest’ultimo abbastanza osteggiato dagli africani che comunque non sembrerebbero vedere troppo di buon occhio l’immigrazione cinese). Certamente i benefici a favore della madre patria saranno innegabili se non altro perché precedenti studi internazionali testimonierebbero che quasi l’ottanta per cento degli investimenti stranieri in Cina provengono dalle aeree a più forte insediamento di questo popolo del Levante.

Come vi vede la prospettiva è un mondo destinato a mescolarsi sempre di più grazie ai movimenti dei popoli e che rende improduttivo e antistorico opporsi a forze ed eventi di tale portata.

 

B. LA DIASPORA BRITANNICA

 

Che i cittadini di Sua Maestà Britannica si muovessero in tutto il mondo è un dato storico scontato, vista la potenza e la longevità dell’Impero britannico. La lingua inglese che tutto il mondo oggi parla è anche retaggio di codesta mobilità, non solo di un imperialismo culturale. Ma dal passare a essere conquistatori e colonizzatori a normali migranti, come tanti altri paesi, ce ne passa. Invece, secondo la Banca Mondiale, la diaspora britannica, che raggiunge i cinque milioni di persone, è la più gande dei paesi ricchi e l’ottava a livello mondiale. Ovviamente non si tratta più dei pensionati inglesi che si trasferivano nelle più assolate regioni del mediterraneo – come la Spagna e la Costa Azzurra – ma di nuovi flussi costituiti per lo più da giovani laureati che si spostano in Nord America e in Asia (i dati del Office for National Statistics britannico precisano che, mentre l’emigrazione britannica in genere è diminuita, con la crisi, del 19%, quella giovanile, tra i 15 e i 24 anni, invece è cresciuta del 8%). Il dato di raffronto più curioso per l’Italia è che, mentre noi ci lamentiamo che non esiste una politica del governo favorevole ai nostri concittadini all’estero, proprio i britannici dicono: “Fossimo noi come la Francia e l’Italia, che serbano almeno seggi in Parlamento ai propri connazionali all’estero!”. L’accusa dell’autorevole settimanale britannico The Economist del 9 agosto 2014 è che il governo inglese non è capace di sfruttare per nulla una simile presenza di inglesi all’estero in termini di ritorni economici. Infatti, non fa assolutamente parte di quei 110 paesi su 193 membri delle Nazioni Unite che hanno formali programmi in favore dei propri concittadini all’estero. Non solo, ma a differenza di paesi come l’India (che addirittura ha un apposito ministero come lo avevamo noi un tempo) e la Nuova Zelanda che mantengono relazioni e assicurano un posto in caso di rientro dei propri concittadini, la “perfida Albione” mostra il più grande disinteresse nei confronti dei suoi connazionali (che peraltro ricambiano le attenzioni evitando ogni tipo di relazioni con consolati britannici all’estero). In più le autorità di quel paese sono accusate di rimanere del tutto passive rispetto alla fuga dei loro giovani, indifferenti al fatto che paesi come la Germania, la Cina e gli stati Uniti siano sempre a caccia di talenti nelle università britanniche. Come dire: tutto il mondo è paese!

 Care amiche e cari amici italiani, 

ogni anno rinnoviamo con tutti voi la commozione e il dolore per quanto accadde l’estate del 1956 a Marcinelle, la più grande tragedia in una miniera europea, con 262 vittime. Tra loro, 136 italiani e proprio per coltivare nel tempo la memoria di quel dramma l’8 agosto è stato proclamato “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo”.

Ricordiamo oggi non solo i connazionali, tra cui molti giovani fuggiti dalla povertà e alla ricerca di una vita migliore, che 58 anni fa al Bois du Cazier persero la vita, ma tutti gli italiani che con il loro impegno e il loro sacrificio hanno diffuso nel mondo l’immagine migliore del nostro paese.

La nostra Costituzione riconosce, sin dal suo primo articolo, il Lavoro come principio cardine della Repubblica Italiana, fondamento della dignità di ogni persona.

La tragedia di Marcinelle ci richiama all’impegno comune per garantire a tutti migliori opportunità di lavoro e garanzie di sicurezza. Questo principio diventa oggi ancora più stringente e ci chiama a trovare soluzioni adeguate di fronte a una crisi che spinge di nuovo molti Italiani a cercare all’estero un presente e un futuro migliore.

Il ricordo di Marcinelle deve però indurci a riflettere anche su quanti partono oggi per l’Europa da Paesi lontani. Per molti di loro il sogno di una nuova vita dignitosa e in pace finisce già lungo il viaggio nel Mediterraneo. Anche per quei giovani, quei bambini talvolta,  l’Italia è oggi impegnata a mettere a punto, insieme al resto dell'Europa, risposte efficaci.

L’emigrazione resta una pagina fondamentale della nostra storia. Gli Italiani all'estero sono, oggi come ieri, una risorsa preziosa tanto per l’Italia quanto per i Paesi in cui vivono.

Ricordando oggi il sacrificio di tanti italiani nel mondo, è anche questo che celebriamo: il grande patrimonio di cultura, crescita economica e, permettetemi di dirlo, anche di valori che abbiamo portato nel mondo. 

E’ con questo orgoglio che rivolgo a tutti voi, cari amici italiani, il mio ringraziamento e i miei più affettuosi saluti.

 

Federica Mogherini

(20 agosto 2014) – “Siamo fraternamente e umanamente vicini ai familiari di Don Valentino, agli amici della Polesani nel Mondo e alla Migrantes in questo momento di dolore per la scomparsa di un grande amico, di una figura che per anni ha rappresentato un punto di riferimento costante per i polesani emigrati all’estero ma anche per l’intero mondo dell’associazionismo italiano che affonda le radici nei territori”. Inizia con queste parole di cordoglio e di riconoscenza il messaggio che Franco Narducci, a nome di tutte le associazioni aderenti all’UNAIE, ha indirizzato ai dirigenti della Polesani nel Mondo e ai Polesani emigrati ovunque.

Don Valentino, prosegue Narducci, ebbe la felice intuizione di far nascere a Porto Viro, in provincia di Rovigo, la “Casa dei Polesani e dei Veneti nel Mondo”, affinché gli emigrati polesani e di origine veneta potessero riscoprire le proprie origini e la propria identità culturale. Un progetto che affondava le radici in una delle più drammatiche tragedie del Dopoguerra, lo straripamento del Po e la conseguente alluvione che il 14 novembre 1951 colpì duramente il Polesine e una vasta area della Provincia di Rovigo. Fu un colpo durissimo per l’Italia ancora alle prese con le macerie della seconda guerra mondiale. In tanti emigrarono abbandonando quelle terre fertili e molti polesani giunsero anche in Svizzera: se nel 1951 la popolazione del Polesine era di quasi 358 mila abitanti, nel 1961 si era ridotta a meno di 278 mila.

Don Valentino si rivolgeva ai “suoi emigrati” all’estero ma anche ai tanti polesani che avevano trovato rifugio e lavoro in Lombardia, in Piemonte e Liguria. E proprio con la nascita della Polesani nel Mondo, il 6 maggio 1970, iniziò un cammino, non certo facile, di ricostruzione di quel tessuto connettivo fondato sui valori umani e culturali che l’esodo dal Polesine e l’abbandono degli affetti avevano fortemente incrinato, facendo largo a quel sentimento di odio-amore che alberga in chi si sente abbandonato e tradito.

“Don Valentino, assieme ai suoi collaboratori, – sottolinea Narducci – è stato l’interprete dei sentimenti dei polesani colpiti da quella immane tragedia. Aveva intuito che soltanto l’associazionismo e lo stare insieme solidarmente potevano aiutare a ricostruire quell’ordine di valori – umani e culturali prima di tutto – che l’emigrazione forzata aveva stravolto. Ci mancherà Don Valentino, mancherà ai suoi familiari, alla Polesani nel Mondo e all’UNAIE, ma la sua testimonianza ci aiuterà a guardare alle sfide del futuro con maggiore convinzione. Grazie Don Valentino”.

 

 

il Senato ha approvato un emendamento al DL Emergenza abitativa, con il quale a decorrere dal 1° gennaio 2015 sarà esentata dal pagamento IMU la unità immobiliare (una e solo una) posseduta dai pensionati italiani residenti all’estero ed iscritti all’AIRE, a condizione che non risulti locata o data in comodato d’uso.
Inoltre, sempre dal gennaio 2015, anche le imposte comunali Tari e Tasi saranno, per ciascun anno, ridotte nella misura di due terzi.

 

A nessuno è sfuggito come in Italia negli ultimi flussi di migranti che approdano nelle coste della Sicilia vi sia una forte presenza di bambini senza genitori. La tendenza testimonia una specifica tendenza delle nuove migrazioni e parte dagli USA. Con origine soprattutto da alcuni paesi dell’America Centrale (El Salvador, Honduras e Guatemala) i ragazzini non accompagnati da genitori sono scortati da sole guide, che chiedono per questi lo stesso compenso che per gli adulti ($3000). I baby migranti varcano le frontiere con la quasi certezza di non essere rimandati indietro. La massa è tale da rendere quasi impraticabili i verdetti dei giudici per il rinvio in patria giacché per ogni magistrato pendono quasi 5000 casi mentre la polizia di confine non può trattenere i ragazzini più di 72 ore. Perciò vengono trattenuti in campi appositi o affidati a famiglie di parenti volontari. Il rischio è che, oltre facilitare il ricongiungimento familiare, alimentino la delinquenza locale. Il fenomeno è in crescita e, per i tre paesi dell’America centrale, è passato dal poco meno del due per cento del 2009 al 12-15% del 2014. L’ingresso è concentrato soprattutto al confine di Rio Grande, in cui si è passati dal circa 14% del 2013 al quasi 37% attuale.

Fonte: US Customs e Border Protection e The Economist.

Signor Presidente della Repubblica,

Siamo a scriverLe a nome di moltissimi cittadini italiani residenti nella Svizzera Orientale, che tra poco saranno colpiti dalla chiusura del Consolato Italiano di San Gallo, decretata dalla Ministra degli Affari Esteri Mogherini, senza alcuna conoscenza dell’emigrazione italiana che qui risiede, senza tener in debito conto la sua ultra centenaria storia economica, culturale e sociale e senza conoscere l’importanza dei rapporti tra l’Italia e la città di San Gallo, sede di scuole e istituzioni italiane, di un’Università che ospita una prestigiosa Cattedra di Lingua e Letteratura Italiana, di un Symposium Universitario Internazionale annuale sui problemi di macro e micro economia, di una Fiera Campionaria alla quale più volte sono state ospiti regioni e città italiane, senza contare poi, che nella regione grigionese - a Davos- ogni anno si riuniscono i Grandi dell’Economia al World Ecomic Forum. Anche il Principato del Liechtenstein resterebbe privo della vicina rappresentanza consolare italiana di San Gallo, dopo che un Suo predecessore, il Presidente Cossiga, durante una visita di Stato nel Principato, aveva inaugurato – anzi cementato - nuovi duraturi rapporti consolari tra i due Stati.
Una comunità di 56'000 cittadini italiani (senza contare completamente i doppi cittadini) verrà privata del tutto dei servizi consolari (allo stato attuale l’Amministrazione degli Affari Esteri non ha lasciato intendere alcuna istituzione di servizi sostitutivi) e la nostra emigrazione, costituita anche da moltissimi emigrati di prima generazione (70-80enni) si vedrà costretta a recarsi a Zurigo (distante 100 chilometri) perfino per una certificazione di esistenza in vita, oggi necessaria almeno una volta all’anno per questioni previdenziali italiane.

Caro Presidente,
vorremmo che Lei sapesse che anche noi riteniamo che il nostro Stato debba revisionare la spesa pubblica per apportare risparmi al bilancio, ma non comprendiamo per quali motivi si sia arrivati alla soppressione del Consolato di San Gallo, dato che tale provvedimento non apporterebbe alcun risparmio effettivo. Sulle motivazioni di tale scelta non è stata data mai alcuna risposta; da fonti di stampa italiana abbiamo appreso che ciò sarebbe dovuto alla “spending review”, ma se tale è la motivazione ci venga spiegato dove e quanto risparmia lo Stato Italiano, considerato che lo stabile del Consolato è demaniale e gli otto attuali impiegati sarebbero trasferiti al Consolato di Zurigo. Si risparmierebbero le spese di corrente elettrica e forse quelle del telefono a fronte però del disagio e dell’aggravio di spesa per tutti gli italiani della regione.

Per tutti questi motivi vorremmo che Lei, signor Presidente, comprendesse e facesse comprendere ai rappresentanti del Governo Italiano che L’accompagnano, la delusione e la protesta della nostra comunità, che si è manifestata sotto varie forme – tutte ignorate prima dalla Ministra Bonino e ora dalla Ministra Mogherini– e che si esprimerà con una fiaccolata serale per le vie di San Gallo, il prossimo giovedì.

Caro Presidente, ci rivolgiamo ai Suoi alti uffici per chiederLe di far rivedere l’intervento del nostro Paese verso la Comunità Italiana in Svizzera, che nella sua eccezione non è parte delle Istituzioni Europee e che necessita di servizi diversi da quelli previsti per i Paesi dell’Unione Europea.
La Comunità italiana della Svizzera Orientale non desisterà, signor Presidente, dalla difesa del suo consolato, presidio di cultura e d’italianità per tutta la regione.
Con i sensi della più alta stima.

San Gallo, 19.05.2014

Michele Schiavone – Membro del Consiglio di Presidenza del CGIE
Sergio Giacinti – Presidente Comites San Gallo
Theo Palmisano - Portavoce del Comitato di Lotta contro la chiusura del Consolato di San Gallo
Rolando Ferrarese – Responsabile del Centro Socio Culturale Italiano di San Gallo

 

Centro Socio Culturale Italiano- Unterer Graben 1 – CH 9000 San Gallo – Fax +4171 223 76 09